Fare dell'Italia un Paese Sovrano e Socialista o una Colonia della Francia?
Siccome in ambito Rivoluzionario e Antagonista in Italia c'è un certo fermento, una certa foga di voler iniziare la Rivoluzione, ma anche un certo Opportunismo, molte aree e personalità stanno tutti correndo in massa nelle braccia della Francia che gli garantisce una certa Protezione Politica, in modo tale che tali aree possano Evadere le tasse della Multinazionale Ferrero e spartirsi i soldi dell'Evasione Fiscale, e schierarsi Politicamente contro lo Stato Italiano, ottenendo una certa Agibilità Politica sicuramente non indifferente, che però risulta essere di tipo Eversivo e una vera e propria Ingerenza Francese nel nostro Paese, che mira costantemente a distruggerlo per farne una Colonia.
Per chi non avesse presente, la Francia è il paese con più Colonie al Mondo, ben 14 Stati solo in Africa sono Colonie Schiavizzate totalmente dalla Francia che ne controlla pure l'Emissione Monetaria nonchè tutte le risorse, ben 21 Presidenti Africani sono stati uccisi dai Francesi soltanto nel Dopoguerra, una Guerra di Oppressione Continua che non viene mai raccontata, si sta dimenticando pure la recente guerra Francese alla Libia prospera, indipendente, antimperialista di Gheddafi che voleva fare una Banca Centrale Africana Sovrana per liberare l'Africa dal Colonialismo Francese.
Ovviamente la Francia è molto attiva anche nel nostro Paese e controlla già gran parte della Banca d'Italia, come disse già allora Lenin: "La Francia è un Imperialismo di tipo Usuraio, è una Monarchia Finanziaria", ed il principale Sistema con cui controllano tale Potere è quello della Massoneria, che ritroviamo anche in Italia in particolare negli ambienti Socialisti del PSI, vero covo di Massoni, ed è proprio dal PSI che arriva Corrado Simioni, militante insieme a Bettino Craxi da giovane e poi Fondatore delle Brigate Rosse, quello stesso Simioni a cui si riferisce Bettino Craxi quando lo chiama "Il Grande Vecchio che lavora a Parigi per il Partito Armato" al Vero Vertice delle BR insieme al SuperClan che annovera Mario Moretti, i quali faranno il colpo Eclatante di Aldo Moro, quell'uomo che aveva fatto stampare Moneta Sovrana di Stato e stava per portare i "Comunisti" al Governo, un vero Colpo alla Politica Sovrana dell'Italia.
Certo l'argomento è spesso, ma mi limito qui a riportare due articoli reperibili sul web, abbastanza attendibili, che mostrano come le Br erano già manipolate e deviate fin dalla fondazione ai vertici, da questo Potere Massonico Internazionale Francese, che al momento opportuno le ha fatte "decapitare" e compiere azioni "Eversive" e non "Rivoluzionarie" tra le quali c'è una bella differenza.
Ad oggi ritroviamo ancora apparire stesse dinamiche, come se dalla Storia non si vuole imparare nulla. Una cosa è Sporcarsi le Mani, può capitare, un'altra cosa è costruire un'attività Marcia e Compromessa fin dalla Testa e dal Vertice. Come sintetizzò il Generale Dalla Chiesa nella sua deposizione alla commissione sul terrorismo nel 1982: “Le BR senza Moretti sono una cosa. Le BR con Moretti sono un’altra.”
LE STRANEZZE DI MORETTI
GIUDIZI SOSPETTOSI SULLA "SFINGE DELLE BRIGATE ROSSE"
di Giuseppe Formisano
(fonte: http://www.instoria.it/home/mario_moretti_br_stranezze_I.htm)
Molte volte in cui si parla degli anni di piombo, si dice che alcuni episodi che hanno costituito e caratterizzato quella stagione di sangue devono essere ancora chiariti. Trattare di tale argomento, quindi, è delicato. Per fare storia con la “S” maiuscola del suddetto periodo bisogna stare molto attenti a non cadere nella dietrologia con tutti i suoi aneddoti tal volta anche affascinanti.
Il caso Moro, quel coacervo di misteri e antimisteri legati al rapimento e all’assassinio del Presidente della Democrazia Cristiana, rientra pienamente in queste vicende. Mario Moretti, l’allora leader dell’organizzazione terroristica che lo sequestrò (egli stesso, però non vuole sentir palare di leadership nelle BR) è sempre stato sospettato di essere una spia, un infiltrato, insomma un falso combattente comunista.
Tenendo presente quanto detto sopra, anche scrivere di Moretti e della sua presunta “ambiguità” può indurre, se si tratta l’argomento con faciloneria, a essere storicamente scorretti. Proviamo, allora, a trattare del caso basandoci sulla fonte orale di Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle BR (ricordando, comunque, che non sempre una fonte orale è ritenuta una testimonianza storica).
Franceschini nel libro "Che cosa sono le BR", nato dalle domande che il giornalista Giovanni Fasanella pone all’ex terrorista, parla non poco di Moretti e delle sue «stranezze». Un capitolo del libro, infatti, si intitola proprio "Le stranezze di Moretti".
Lo studio di questo personaggio meriterebbe di dare attenzione anche a giudizi e opinioni “opposte”, diverse da quelle di Franceschini che pur se autorevoli, poiché pronunciati da un uomo che ha ben conosciuto quella realtà, non possono essere accettate come oro colato, verità inossidabili, ma ricordandoci che in queste parole potrebbe esserci molta soggettività che - non necessariamente in malafede - possono “inquinare” i fatti e allontanarli dalla verità storica.
Prima di riportare e analizzare i fatti di seguito raccontati, è importante affermare che chi scrive non vuole assolutamente difendere a spada tratta la tesi del Moretti infiltrato ma limitarsi solo a riportare quanto ricordato dal fondatore BR.
Franceschini, reggiano, nel corso delle pagine ricostruisce la sua storia politica personale che l’ha portato, con altri, a costituire le Brigate rosse, corredando il tutto con proprie opinioni e giudizi. L’organizzazione nacque dal CPM, il Collettivo Politico Metropolitano fondato da Renato Curcio e Corrado Simioni, un ex iscritto al PSI di Milano con Craxi, che tenne nel novembre 1969 un convegno a Chiavari.
A questo gruppo si avvicinò quello di Franceschini, i ragazzi dell’“Appartamento”, come li chiamava il PCI a Reggio Emilia. Quelli dell’Appartamento e i personaggi del CPM avevano all’incirca la stessa concezione della politica: entrambi volevano organizzare la lotta armata perché convinti che questo strumento violento non fosse solo indispensabile per realizzare determinati progetti ma anche giusto da utilizzare, contrapponendolo alla violenza di Stato.
Nella primavera del 1970 le discussioni sul passaggio alla clandestinità erano sempre più vive e contornate da serie intenzioni. Nel CPM c’era anche Margherita “Mara” Cagol, moglie di Curcio la quale con questi e Franceschini costituirà il trio originario delle BR. La donna faceva parte delle cosiddette “zie rosse”, una sorte di organizzazione semiclandestina all’interno del CPT e concepito da Simioni il cui compito era quello di uscire dai cortei delle manifestazioni, «colpire determinati obiettivi (…) per alzare il livello di scontro nei cortei», e rientrarvi mimetizzandosi. Nove mesi dopo la strage di Piazza Fontana, nel convegno di Pecorile, vicino Reggio Emilia, nell’agosto del 1970, avvenne l’unione tra quelli dell’Appartamento e il CPM, dando così vita al collettivo Sinistra Proletaria.
L’anno seguente Franceschini si trasferì a Milano prima da Curcio e Mara poi nella comune in cui viveva anche Simioni. Entrambe le organizzazioni, ormai unite - come detto - volevano la lotta armata ma ciò non significa che non ci fossero divergenze. Franceschini, infatti, racconta che lui (Simioni) «proponeva di colpire in alto. Noi pensavamo a piccoli atti di “giustizia proletaria”, legati alla realtà delle fabbriche e alle lotte operaie. Per lui, invece, il punto chiave era la lotta antimperialista, da condurre con azioni eclatanti».
La rottura arrivò quando Simioni fu autore di alcune «stranezze» come il tentativo, rifiutato da Franceschini, di sottoporlo a un questionario molto intimo e privato (si chiedeva addirittura se si praticasse la masturbazione) con il fine di creare una struttura clandestina tutta sua, da egli gestita e controllata. Ecco alcune cose ritenute sospettose dall’ex terrorista reggino: nel settembre del 1970 il collettivo tenne una riunione in Liguria, ospite di Savina Longhi, presentata da Simioni come l’ex segretaria di Manlio Brosio, ambasciatore italiano e dal 1964 al 1971 segretario generale della NATO.
Il posto dunque non pareva certamente adeguato a ospitare aspiranti terroristi comunisti. Simioni giustificò il tutto dicendo che la donna era stata una sua infiltrata in quell’ufficio; l’ex socialista non solo organizzò un attentato all’ambasciata americana ad Atene nel quale perse la vita una donna senza dir nulla agli altri compagni, ma nel paese ellenico (in quel periodo al potere c’era una dittatura fascista) aveva dei soldi depositati in una cassetta di sicurezza. A quel punto Franceschini, la Cagol e Curcio decisero che avrebbero preso strade diverse da Simioni.
I due uomini e la donna chiamavano l’organizzazione che Simioni voleva mettere su «superclan», cioè superclandestino. Simioni fu seguito da varie persone tra cui Prospero Gallinari, anch’egli reggiano, l’uomo ritenuto il numero due del sequestro Moro e fidato di Moretti.
Paolo Emilio Taviani, partigiano, antifascista e anticomunista, uno dei più autorevoli esponenti della DC che era a conoscenza di Gladio, ministro dell’Interno dal 1962 al 1968 e di nuovo da 1973 al 1974, ha rivelato nel suo libro di memorie "Politica e memoria d’uomo" (Il Mulino, Bologna 2002) cosa gli confidò Dalla Chiesa, cioè che l’evasione di Gallinari dal carcere di Treviso del 2 gennaio 1977, fu favorita «con lo scopo di scovare Moretti».
È la teoria dei “rami verdi”; lasciare libero un pesce piccolo, pedinarlo, tenerlo d’occhio perché prima o poi avrebbe sicuramente portato al pesce grosso, appunto Moretti. Gallinarì dalla «Sfinge delle Brigate rosse» (così Sergio Flamigni intitola il libro della biografia morettina) ci andò sicuramente, tanto che con altri compagni tenne Moro sequestrato per quasi due mesi. É legittimo domandarsi: il piano per arrestare Moretti dove andò a finire?
«La fuga di Gallinari, nel 1977, fu favorita - scrisse Taviani - con lo scopo di scovare Moretti». E continua, «Purtroppo ci si accorse tardi dell’importanza del ruolo di Moretti». È possibile trovare una risposta in questa frase? Quale ruolo importante, oltre a quello di leader dell’organizzazione, aveva Moretti?
Ma perché dileguarsi su Simioni, il CPM, l’“Appartamento”, passando per Pecorile se l’oggetto principale è Mario Moretti? Il futuro leader (o «dirigente» come si definì in un’intervista anni fa, rifiutando di essere chiamato capo delle BR), faceva parte della Sinistra Proletaria e si allontanò prima della rottura tra Simioni, Franceschini, Curcio e Cagol, accusando l’organizzazione di essere pavida e non rivoluzionaria.
Nella primavera del 1971 si riavvicinò al gruppo di Franceschini. Questi è fermamente convinto che il suo ritorno non fosse né casuale né spontaneo: «fu Simioni - dice - che non aveva accantonato il suo progetto di egemonizzare il gruppo, a rimandarlo».
Con il suo ritorno ha inizio «l’escalation della violenza brigatista» e c’è il primo sequestro di persona. La vittima è Adalgo Macchiarini, un dirigente della SitSiemens, l’azienda presso la quale lavorava allora lo stesso Moretti. Nella primavera del 1972 Franceschini ha in mente di sequestrare De Carolis, persona importante dell’area più conservatrice della DC.
Il progetto non arriva a compimento grazie all’intervento della polizia che arresta vari personaggi tra cui Marco Pisetta, proveniente dai GAP di Giangiacomo Feltrinelli, morto tragicamente proprio in quell’anno. Con lo scioglimento del gruppo armato dell’editore, Pisetta chiede di entrare nelle BR.
Franceschini è convinto che già con i GAP fosse un infiltrato e per tale motivo subito dopo il suo arresto iniziò a collaborare con la polizia. In occasione del blitz che portò alla scoperta del covo nel quale sarebbe stato tenuto prigioniero De Carolis, Moretti commise un errore che Franceschini reputa invece la prima «stranezza».
Scampando per poco all’arresto, i compagni di Moretti scoprono che questi non aveva distrutto alcuni negativi di foto (ritraevano le mani di Franceschini e di un altro brigatista che puntavano la pistola alla testa di Macchiarini) scoperti nel luogo che sarebbe dovuto essere stato il covo di De Carolis. I negativi potevano essere pericolosi e compromettenti ma la polizia non arrivò a loro, anzi, il mancato arresto dei tre fondatori più Morlacchi (un altro brigatista coinvolto nel sequestro) e Moretti, diede «l’impressione che qualcuno ci proteggesse», afferma Franceschini. Dopo questa storia, Moretti diventa un brigatista clandestino perché era in pericolo di arresto.
Franceschini non si limita a ciò. Oltre a parlare di altre questioni (come l’abitazione di Moretti, di fronte a quella di Antonino Allegra, capo dell’ufficio Politico della Questura milanese) narra un fatto molto singolare e poco conosciuto che tra i più episodi raccontati è, a mio modestissimo avviso, il più sorprendente.
Giugno 1973: il dirigente dell’Alfa di Arese Michele Mincuzzi entra nel mirino delle BR. Il suo sequestro è un’operazione gestita quasi totalmente da Moretti che realizza anche la classica foto del prigioniero con il simbolo dell’organizzazione su un cartello. Nulla di anomalo se non fosse che la stella delle BR non ha cinque punte ma sei, come quella di Davide, simbolo dell’ebraismo e dello Stato d’Israele
«Noi allora pensammo che Moretti fosse un po’distratto. Oppure che, commettendo quell’errore, aveva voluto mandare un messaggio a qualcuno. Che cos’altro dovevamo pensare? Molti anni dopo, un ufficiale dei carabinieri che ha speso la sua vita a indagare sul terrorismo, mi ha detto: «Moretti voleva mandare un messaggio agli israeliani: guardate che cosa sono in grado di fare, comando io».
Franceschini non fa cenno a chi fosse il carabiniere che pronunciò questa confidenza né fornisce altri riferimenti ma ciò che lascia ancora di più a bocca aperta è che una risposta da Israele, ci fu!
Nel dicembre dello stesso anno, tramite Antonio Bellavita e Aldo Bonomi del giornale “Controinformazione” che fiancheggiava le BR, i servizi segreti d’Israele chiesero un contatto con i brigatisti. Il messaggio proveniente dal medioriente era sostanzialmente questo: «Non vogliamo dirvi che cosa fare, a noi interessa solo che voi esistiate, e noi vi diamo armi e danaro». L’offerta fu rifiutata.
Il tutto rimanda al “Field Manual”, un documento americano top-secret del 1970 che vede i terrorismi di diversi colori come un ottimo strumento da utilizzare per fini egemonici e di equilibri. Equilibri di Guerra fredda, ovviamente.
L’importante documento definisce il terrorismo un «fattore interno stabilizzante» profilando una nuova teoria dell’anticomunismo, quella di «destabilizzare ai fini di stabilizzare», controllando e orientando i vari gruppi eversivi, pilotandoli con l’inserimento di infiltrati nei loro “organi” decisionali.
Il documento, dopo essere stato pubblicato da un giornale turco e da uno spagnolo, fu pubblicato in Italia il 27 ottobre 1978 dal settimanale “L’Europeo”.
Se davvero quanto previsto dal documento abbia trovato attuazione in Italia significherebbe che le BR, italiane di nascita, abbiano poi preso una strada diversa - o meglio, questa strada sarebbe stata fatta prendere - in direzione atlantica, divenendo strumento in mani americane.
A Israele sarebbe convenuto avere un paese come l’Italia - al centro del mediterraneo, con un forte partito comunista da controllare - instabile. Gli USA, nella gestione del medioriente, si sarebbero affidati più ai sionisti.
La data 8 settembre 1974 è una cesura nella storia delle BR. Curcio e Franceschini furono arrestati alla stazione di Pinerolo, in provincia di Torino, grazie all’infiltrato Silvano Girotto, un missionario cattolico comunista che nei suoi soggiorni sudamericani negli anni precedenti ebbe floridi contatti con guerriglieri e per questo motivo era chiamato “Frate Mitra”.
I carabinieri riuscirono ad arrestare i due fotografandoli con Girotto in vari incontri. E proprio delle foto furono mostrate dal giovane giudice istruttore Giancarlo Caselli a Franceschini quando fu arrestato.
In una di queste, racconta in Mara Renato e io. Storia dei fondatori delle BR: «era facilmente riconoscibile anche Mario e lui mi chiese: «Conosce questo?», indicando con l’indice la sua faccia. Io risposi che non sapevo chi fosse e Caselli mi disse: «Provi a chiedersi perché hanno deciso di arrestarvi quando c’era lei insieme a Curcio. Lei non è l’unico che si è incontrato con Girotto, anche quello della foto si è incontrato con lui; anzi lei con Girotto non ci ha praticamente mai parlato, lo ha visto a distanza…».
Infatti - continua Franceschini - quando Renato incontrò Girotto prima del nostro arresto io aspettai in macchina ma non capivo cosa volesse dirmi Caselli: forse voleva insinuare che Mario era un protetto dai carabinieri? La sua frase mi mise a disagio ma non volevo farmi vedere in difficoltà. Così gli risposi che probabilmente i carabinieri avevano arrestato me perché gli stavo più simpatico».
Sull’operazione di Pinerolo c’è ancora altro che andrebbe chiarito. Tre giorni prima dell’arresto, giovedì 5 settembre, il brigatista Levati ricevette una telefonata da una persona sconosciuta che gli avvisò dell’arresto di Curcio previsto la domenica mattina successiva.
Levati e altri compagni - racconta sempre in Mara Renato e io - cercarono Curcio fin quando il sabato pomeriggio diedero l’incarico di avvisarlo a Moretti il quale proprio quel giorno, così come Franceschini, era venuto a conoscenza dell’incontro perché lo stesso Curcio li aveva informati.
Nessun avvertimento del pericolo che stava per correre, però, raggiunse Curcio. Chi fece quella telefonata?
Franceschini ipotizza che fu qualcuno dell’arma dei carabinieri interessato «a far fallire la prima importante operazione dei nuclei speciali di Dalla Chiesa» oppure gli israeliani «perché in ottimi rapporti con carabinieri e servizi segreti e, come avevano dimostrato offrendoci armi, per nulla ostili all’attività delle Brigate rosse».
Nel 1975 le BR sequestrarono il produttore di spumante Gancia. I carabinieri intercettarono i brigatisti e in questa operazione Mar Cagol rimase uccisa con un «esecuzione», dice Franceschini.
Quando la brigatista era già ammanettata e in ginocchio, un carabiniere in borghese le si avvicinò, le puntò una pistola sotto l’ascella e sparò. Il proiettile le perforò i polmoni. Giorgio Semeria, un brigatista della prima ora, l’anno successivo rischiò di essere vittima della stessa sorte.
Fu arrestato alla stazione di Milano, sotto gli occhi della gente, solo che Semeria non morì e fu successivamente trasportato in ospedale. Dopo fu portato in carcere e da lì scrisse a Curcio che «Mario (Moretti, ndr) è una spia».
Franceschini incupisce ancor di più la storia di Moretti quando racconta cosa disse Curcio a proposito del suo secondo arresto. Come detto Curcio nel 1974 fu arrestato insieme a Franceschini a Pinerolo. Nel 1975 riuscì a evadere dal carcere di Casale Monferrato grazie a Francesco Marra, uno degli informatori dell’Ufficio affari riservati del Ministero degli Interni.
Durante la sua latitanza tenne una riunione di esecutivo con Semeria e Moretti che allora viveva a Genova. A fine riunione Moretti domandò a Curcio se potesse ospitarlo e dopo qualche esitazione, accettò.
La riunione si tenne di giovedì, il sabato Moretti andò via e la domenica Curcio e Nadia Mantovani (la brigatista che, pedinata, nell’ottobre del 1978 portò gli uomini del Generale Dalla Chiesa nel covo milanese di via Montenevoso dov’erano conservati alcuni preziosi manoscritti di Aldo Moro) furono arrestati.
Quando Curcio ricevette la lettera di Semeria, era rinchiuso alle Nuove di Torino con Franceschini e rivelò a questi: «Giorgio ha ragione, sono certo che Moretti è una spia». Affermazione dovuta con molta probabilità all’esperienza vissuta con il suo secondo arresto.
Per chiudere il quadro bisogna solo capire perché Semeria doveva morire, e proprio questo cerca di fare Fasanella, l’intervistatore dell’ex capo BR, il quale risponde (potendo «soltanto intuirlo»): «Semeria avrebbe potuto essere di fatto il nuovo capo delle Brigate rosse, aveva posto il problema di Moretti, che lui considerava una spia».
Mentre Moretti ascende al comando delle BR, il vecchio compagno con il quale si erano incontrati e poi distanziati, Corrado Simioni, fugge da un mandato di cattura e ripara a Parigi dove fonda la famosa scuola di lingue Hyperion, da sempre sospettata di avere avuto un ruolo attivissimo, soprattutto durante il sequestro Moro, nel manovrare i gruppi eversivi di sinistra, italiani e non, perché in realtà era una centro della CIA.
Michele Galati della colonna veneta BR, raccontò nel 1982 al giudice veneziano Mastelloni che nell’aprile 1979 cominciò a indagare sull’Hyperion, della brutta reazione che Moretti ebbe quando in auto con Galati apprese la notizia via radio di questa indagine. Secondo Galati, Moretti si chiese come avevano fatto ad arrivare fin lì, fin ai «compagni di riferimento a Parigi».
Interessanti sono anche le testimonianze del pentito Antonio Savasta. Entrato nell’esecutivo BR nel 1981 (a dicembre delle stesso anno sarebbe avvenuta la scissione con il Partito della Guerriglia di Giovanni Senzani), Savanta fu informato da Moretti su alcuni rapporti internazionali; Parigi sarebbe un coordinamento con altri gruppi della sinistra extraparlamentare europea.
È ancora tutta da verificare, però, l’ipotesi secondo la quale l’Hyperion non aveva tale funzione tra questi gruppi ma avesse il compito di manovrarli, con una mano a stelle e strisce d’oltre Atlantico. Americani o no, Simioni probabilmente riuscì a mettere su il progetto chiarito a Franceschini ai tempi anteprecedenti alla loro rottura: creare una struttura clandestina al di sopra delle clandestine Br.
Infine, riportiamo parte dell’affermazione di Franceschini posta a pagina 169 del libro con Fasanella che vuole tale Graziano Sassatelli testimone dinanzi al giudice Mastellone di un’ammissione di Simioni. Nella nota del testo è riportata anche la fonte giudiziaria:
«Prima del sequestro Moro, nel gennaio 1978, le Br ammazzarono a Roma il giudice Riccardo Palma. Un testimone che allora era in contatto con Simioni, ascoltato da Mastelloni, riferisce al magistrato un episodio inquietante.
Subito dopo l’agguato al giudice Palma, questo signore, commentando la notizia con Simioni, dice: «Cavolo, noi stiamo sempre a parlare di rivoluzione e di lotta armata e poi non facciamo mai nulla. Le Brigate rosse, invece, le cose loro le fanno». E Simioni gli risponde: «non ti preoccupare, perché noi siamo alla testa delle Br, abbiamo dei compagni in funzione di comando all’interno delle Br (…)».
Se queste parole siano state veramente pronunciate esattamente in questi termini, chi erano questi «compagni in funzione di comando all’interno delle Br»? È questa la domanda giusta che darebbe la possibilità di capire che cosa furono veramente le Brigate rosse.
La “sfinge” delle BR ha attirato sospetti anche per alcuni fatti riguardanti il caso Moro come la storia infestata di servizi segreti e finti rinvenimenti di covi come quello di via Gradoli 96, a Roma, in una palazzina cui avevano sede agenzie immobiliari riconducibili ai Servizi, covo organizzato da Moretti fin dal 1976 e scoperto con una palese messa inscena.
Sincero rivoluzionario o meno, Moretti è il brigatista che per più tempo ha vissuto in clandestinità, ben nove anni, e che durante il sequestro dell’assessore regionale campano Ciro Cirillo nel 1981 (che vide fortemente coinvolta la camorra del super boss Raffaele Cutolo) rimase vittima di un accoltellamento «nell’addome da sotto in su, come si vede nei film, un colpo per ammazzare» da parte del camorrista Salvatore Farre Figueras durante l’ora d’aria nel carcere di Cuneo, mentre era in compagnia dell’ex docente di Letteratura Italiana all’Università di Genova Enrico Fenzi, anch’egli brigatista e colpito dalla lama dopo Moretti.
Nel 2008 Simioni morì in Francia dove viveva da molti anni. È un personaggio noto per chi studia gli anni del terrorismo ma sconosciuto alla stragrande maggioranza del pubblico. Eppure nell’aprile 1980 ebbe notorietà, forse.
Craxi parlò del “Grande Vecchio” che avrebbe potuto manovrare dall’estero il terrorismo italiano: «Quando si parla del ‘grande vecchio’ bisognerebbe riandare indietro con la memoria, pensare a quei personaggi che avevano cominciato a far politica con noi... e che poi, improvvisamente sono scomparsi».
In queste parole qualcuno ha letto il profilo di Simioni.
L'ISTITUTO HYPERION DI PARIGI
(fonte: http://www.valeriolucarelli.it/Hyperion.htm)
Non esiste un momento unicamente riconosciuto per individuare la nascita delle BR. Qualcuno ipotizza il convegno di Chiavari nel novembre 1969, altri la riunione a Pecorile nell’Agosto 1970.
È certo però che due diversi componenti prendono vita dopo quegli incontri. Da una parte Curcio, Franceschini e la Cagol fondano le Brigate Rosse. altri uomini decidono invece di allontanarsi ritenendo inadeguata la struttura e la strategia adottata dalle nascenti BR.
Tra questi Corrado Simioni, Vanni Mulinaris, Duccio Berio, Mario Moretti, Prospero Gallinari e Innocente Salvoni, la cui moglie, Françoise Tuscher, era segretaria dell’Hyperion, nonché nipote dell’Abbé Pierre.
Duccio Berio avrebbe ammesso, in una lettera al suocero Malagugini responsabile del PCI per i problemi dello Stato, di essere un informatore del servizio segreto militare italiano (SID). In tal senso "GLADIO: The secret U.S. war to subvert Italian democracy" di Arthur E. Rowse e "Puppetmasters: The Political Use of Terrorism in Italy" di Philip Willan.
Sono loro gli uomini che decidono di fondare il Superclan, una nuova struttura super clandestina, con la volontà di egemonizzare e coordinare le varie organizzazioni terroristiche su scala internazionale.
Particolarmente controversa la figura di Corrado Simioni. All’inizio della sua carriera politica milita nelle file del Psi con Bettino Craxi ma nel 1965 viene espulso dal partito per indegnità morale. Di lì a poco comincia la sua collaborazione con l’Usis, l'United States Information Service. In seguito Simioni, tra i principali studiosi di Luigi Pirandello, si trasferisce a Monaco di Baviera per approfondire gli studi di latino e materie religiose. Quindi ricompare in Italia alla vigilia del Sessantotto e partecipa alla costituzione del Cpm.
Ma i rapporti con Curcio cominciano a deteriorarsi fino alla rottura definitiva. Simioni aveva progettato un attentato dinamitardo contro la sede dell'ambasciata statunitense di Atene. Il piano prevedeva l'utilizzazione di una donna, da scegliere fra le appartenenti alle cosiddette "zie rosse". Simioni si era inizialmente rivolto a Mara Cagol, alla quale aveva però richiesto di non parlarne neanche con Curcio. Dopo il rifiuto della Cagol, Simioni cerca nuovi volontari. Li trova nel cipriota Giorgio Christou Tsikouris e in Maria Elena Angeloni. Il 2 settembre 1970 i due salgono a bordo di una Volkswagen per dirigersi verso l’ambasciata, ma il meccanismo ad orologeria della bomba si inceppa. L’auto esplode. Muoiono entrambi. La tragica conclusione della vicenda provoca la definitiva rottura dei rapporti tra Simioni e Curcio.
Nel libro intervista con Mario Scialoja "A viso aperto" Curcio dice: "Tutto cominciò da uno scontro di potere al convegno di Pecorile. Corrado Simioni arrivò con l'intenzione di conquistarsi una posizione egemonica all'interno dell'agonizzante sinistra proletaria: pronunciò un intervento particolarmente duro, e sostenne che il servizio d'ordine andava ulteriormente militarizzato. La sua operazione non riuscì, ma una volta tornato a Milano non si diede per vinto: propose attentati inconcepibili per una organizzazione ancora inserita in un movimento molto vasto e, praticamente, aperta a tutti. Margherita, Franceschini e io ci trovammo d'accordo nel giudicare le sue idee avventate e pericolose. Decidemmo così di isolarlo assieme ai compagni che gli erano più vicini, Duccio Berio e Vanni Mulinaris: li tenemmo fuori dalla discussione sulla nascita delle Brigate rosse e non li informammo della nostra prima azione, quella contro l'automobile di Pellegrini. Simioni radunò un gruppetto di una decina di compagni, tra cui Prospero Gallinari e Francoise Tusher, nipote del celebre Abbé Pierre: si staccarono dal movimento sostenendo che ormai non erano altro che cani sciolti. C'erano però degli amici comuni che ci tenevano informati delle loro discussioni interne e conoscevamo il loro progetto di creare una struttura chiusa e sicura, super-clandestina, che potesse entrare in azione come gruppo armato in un secondo momento: quando noi, approssimativi e disorganizzati, secondo le loro previsioni saremmo stati tutti catturati".
I militanti del Superclan si trasferiscono presto a Parigi, dove fondano dapprima le associazioni culturali internazionali Agorà e Kiron, e poi la scuola di lingue Hyperion, da più parti ritenuta una centrale internazionale del terrorismo.
Il generale Maletti ha rivelato l'esistenza di un rapporto datato 1975 in cui denunciava il rischio che le BR, decapitate dagli arresti di Curcio e Franceschini, potessero rinascere sotto la direzione di uomini di maggior peso culturale, ma a prezzo di mutare considerevolmente la propria matrice politica. Un riferimento all’Hyperion?
Nell’autunno 1977 l’Hyperion apre un ufficio di rappresentanza a Roma in via Nicotera 26. Nello stesso stabile operano alcune società coperte dal Sismi.Gli uffici restano aperti fino a giugno 1978, cioè per l’arco temporale che va dalla progettazione del sequestro Moro, fino a poco dopo il suo tragico epilogo.
Il giudice Pietro Calogero scopre prove che implicano il coinvolgimento della scuola nell’attività delle BR, ma una provvidenziale fuga di notizie pubblicata dal Corriere della Sera, controllato dalla P2, vanifica l'imminente perquisizione della sede della scuola da parte della magistratura.
Antonio Savasta, brigatista pentito, racconta che Simioni, Berio e Mulinaris, coordinavano una struttura internazionale di collegamento tra tutte le organizzazioni terroristiche, nel periodo della "seconda stagione" delle BR, quella militarizzata ed egemonizzata da Mario Moretti.
Tale struttura e i suoi coordinatori clandestini avevano sede a Parigi dove Moretti si recava spesso, aveva una abitazione e manteneva un contatto diretto con i "superclandestini" italiani e con Jean-Louis Baudet, esponente dell’ agenzia privata di intelligence "Le Group" protetta dai servizi segreti francesi e in contatto con tutte le realtà clandestine e di intelligence, d’Europa e non solo.
Nel 1980 l’onorevole Craxi ipotizzando l'esistenza di un capo occulto delle Brigate Rosse aveva ammonito "Bisognerebbe andare indietro con la memoria, pensare a quei personaggi che avevano cominciato a fare politica con noi, poi sono scomparsi, magari sono a Parigi a lavorare per il partito armato"; un profilo che ricorda fortemente la figura di Corrado Simioni.
Giovanni Pellegrino per 7 anni alla guida della Commissione Stragi, avanza il sospetto che Hyperion fosse un punto d'incrocio tra Servizi segreti dell'Ovest e dell'Est, assolutamente necessario nella logica del mantenimento degli equilibri di Yalta. Equilibri che Aldo Moro, con la sua politica di apertura al Pci, minava gravemente.
Pellegrino rintraccia un riferimento all'Hyperion nella testimonianza del generale Nicolò Bozzo, fidato collaboratore di Dalla Chiesa. Bozzo ha raccontato in sede giudiziaria che Dalla Chiesa gli aveva chiesto di indagare su "una struttura segreta paramilitare con funzione organizzativa antinvasione, ma che aveva poi debordato in azioni illegali e con funzioni di stabilizzazione del quadro interno, struttura che poteva aver avuto origine sin dal periodo della Resistenza, attraverso infiltrazioni nelle organizzazioni di sinistra e attraverso un controllo di alcune organizzazioni".
Ecco come il giudice Carlo Mastelloni ricorda l’incontro con l’Abbé Pierre che, a metà degli anni '80, si presentò al Tribunale di Venezia.
"Era venuto dalla Francia per rendere dichiarazioni spontanee in favore del gruppo di italiani residenti a Parigi che ruotavano intorno alla scuola di lingue Hyperion. Avevo emesso contro di loro una serie di mandati di cattura per reati che avevano a che fare con il terrorismo rosso. Venne a dirmi che erano persone perseguitate da una centrale legata alla destra, che li aveva accolti in seno alla sua organizzazione, che al massimo avevano commesso errori di gioventù.
Fece otto giorni di sciopero della fame. Mi resi conto che l'Abate era una specie di referente dell'Hyperion anche perché sua nipote Françoise Tuscher, segretaria della scuola, era la moglie di uno dei ricercati, Innocente Salvoni. La foto di Salvoni fu diffusa dal ministero dell'Interno il giorno del rapimento dello statista dc assieme a quella di altri 19 latitanti, sospettati di essere coinvolti nell'agguato di via Fani. Ma non venne più riproposta nelle settimane dopo.
Sappiamo poi che durante il sequestro, l'Abbé si recò nella sede della Dc a piazza del Gesù per parlare con il segretario del partito, Zaccagnini. Ma non sappiamo se lo incontrò e cosa si dissero.
L'Abbé Pierre era un eroe della Resistenza, un uomo che aveva una visione superiore di come vanno le cose, aveva l'atteggiamento di chi vedeva lo scenario completo."
All'età di 69 anni Corrado Simioni sarebbe morto. Il condizionale è d'obbligo. Anche la sua uscita di scena infatti è avvolta nel mistero. La notizia è stata resa nota nell'Ottobre 2009 ma risalirebbe addirittura a un anno prima. L'unico labile indizio in tal senso risulterebbe essere la cessazione del B&B che da tempo gestiva nel dipartimento della DrÔme, Francia sud orientale, con la compagna Giulia Archer.
Il reportage pubblicato sull'Europeo firmato da Ivan Carozzi, che aveva trascorso alcuni giorni nella struttura turistica, è tra le rare testimonianze dirette su Corrado Simioni. Il profilo che ne emerge è quello di un uomo dalla forte personalità, assai difficile da inquadrare in schemi consolidati. Di Corrado Simioni si è sempre scelto di parlare poco. Nella vita, come nella morte.
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