sabato 21 aprile 2018

Come sono nate e sviluppate le Mafie

Siccome non ho molto tempo per scrivere un articolo che faccia capire cosa sono e come sono nate le Mafie al Sud, mi limito per ora a pubblicare questa raccolta di estratti che vi aiuteranno meglio a comprendere.
Dico soltanto che la parola Mafia è l'acronimo che sta per Mazzini Autorizza Furti Incendi Attentati.
Scrivo questo in concomitanza di un fenomeno attuale che ha preso piede negli ultimi anni a partire da Torino, e che si appoggia proprio alla Francia e che dovrebbe far riflettere e preoccupare.

Nella prima edizione del dizionario siciliano-italiano del Mortillaro del 1838 la voce Mafia non esiste, appare invece nella terza edizione del 1876 a pag. 648 con "Voce piemontese introdotta nel resto d'Italia che equivale a camorra"

La partecipazione –ha scritto sul “Corriere della Sera” Paolo Mieli il 2 ottobre 2012-  all’impresa di Garibaldi di “uomini primitivi, selvaggi, violenti”, inviati dall’aristocrazia terriera siciliana a dare man forte al generale nizzardo, non era del resto una novità perché già nel 1848 imperversarono le squadre armate contadine, indocili strumenti dei proprietari terrieri, e i gruppi di “facinorosi sempre pronti a battersi contro le forze dell’ordine”. In quell’anno, i borbonici “soccombono a un miscuglio micidiale di iniziativa politica e pressione sociale, che si esprime attraverso la guerriglia contro le truppe reali, le incursioni nelle città fedeli a Napoli, gli attacchi ai posti di polizia e il massacro dei poliziotti, il saccheggio di uffici pubblici e abitazioni private, il rapimento degli avversari politici e dei ricchi”. “La Mafia – scrisse  ancora  Napoleone Colajanni – rese i più grandi servizi alla causa della rivoluzione contro i Borbone; e in questo addentellato politico sta una delle cause del rispetto e della devozione della medesima verso l’aristocrazia, che in massa era avversa ai Borbone. I più noti mafiosi furono di più valorosi combattenti nelle cosiddette squadre nel 1848; gli stessi Mafiosi si batterono prodemente nel 1860 tra i picciotti di Garibaldi alle porte di Palermo e dentro Palermo”. La discesa di Garibaldi praticamente fu il battesimo del fuoco per la Mafia che assurse agli allori del patriottismo più eclatante e populista nel momento in cui per la Sicilia e  l’ex Regno borbonico iniziava una nuova vita, potendo vantare essa Mafia di avere versato il sangue in difesa della libertà.

 Molto esplicito fu pure il duca Gabriele Colonna di Cesarò, che alla commissione d’inchiesta sulle condizioni agrarie della Sicilia dichiarò: “Credo che la mafia sia un’eredità del liberalismo. Naturale che quando si doveva fare una rivoluzione non si badasse tanto per il sottile alle fedi di perquisizione di coloro cui si ricorreva. Per me qui sta l’origine della mafia”. I mafiosi, dunque, vengono non dalla “tirannia” borbonica bensì dalla rivoluzione piemontese-garibaldina se è vero, come sostiene ancora il duca di Cesarò, che “…andando a guardare quali sono i mafiosi più reputati, non si trovano nome per nome che i Licata, i Cusumano, i Di Cristina (…) e insomma precisamente quelli che erano i più fedeli e devoti alla parte intelligente…”, ovvero all’aristocrazia liberale. Per finire, lo stesso avvocato Liborio Romano, già suddito borbone passato ai piemontesi (un trasformista politico ante litteram) e nominato prima prefetto di polizia e dopo appena tre settimane ministro dell’interno, divenendo una sorta di utile idiota nelle mani di Cavour per fare cadere più agevolmente Napoli, capitale del Regno, arruolò mafiosi e camorristi nella pubblica sicurezza in sostituzione di poliziotti e funzionari fedeli al passato governo; contemporaneamente ai poliziotti.

Questo popolo è oggi diventato tutt’altra cosa per l’azione corrosiva e inquinatrice dei costumi ad opera della criminalità organizzata e della massoneria che in effetti la controlla e protegge. La mafia è stata creata e incentivata dai Piemontesi e innalzata dal piemontese Giolitti a forza politica di peso elettorale determinante. E’stata reintrodotta e ulteriormente potenziata, dopo la parentesi del Ventennio, dagli Statunitensi che le hanno affidato il compito di coadiutrice della Nato nel controllo del settore centro meridionale del Mediterraneo.


Circa il ruolo determinante che la massoneria ebbe nella storia del Risorgimento, dopo la sconfitta subita nella Prima Guerra d’Indipendenza (l’unica, è da dire, in cui gli Italiani fecero tutto da soli), dobbiamo ricordare che i principali artefici dell’Unità erano tutti massoni e, in ultima istanza, dovevano adeguarsi alla volontà del Gran Maestro Venerabile della Gran Loggia di Londra Albert Pike e dell’alto iniziato, nonché ministro degli Esteri di SM britannica, Lord Palmerston.
Mazzini, durante il suo esilio londinese, diventò assai presto uno dei discepoli di Pike. Nel 1864 il Grande Oriente di Palermo gli assegnò il 33° grado e quattro anni dopo fu proclamato Venerabile Perpetuo ad honorem della Loggia “Lincon” di Lodi e proposto alla carica di Gran Maestro. Fu anche nominato membro onorario della Loggia “Stella d’Italia” di Genova. Nel 1870 fu membro della Loggia “La Ragione” del “Grande Oriente” (“Dictionnaire Universel de la Franc-Maconnerie”, T. II, 1974).
Cavour si formò in Inghilterra e prendeva ordini da Pike per tramite di Palmerston. Secondo l’“Acacia massonica” del febbraio-marzo 1849 (p.81), era il capo supremo della massoneria italiana. La partecipazione del Piemonte alla Guerra di Crimea fu decisa nella Gran Loggia di Londra. Quanto al suo grande amico Napoleone III, sappiamo che il II Impero era sostenuto dalle logge, che Luigi Napoleone si era affiliato alla Carboneria a Roma, che l’attentato di Orsini, ispirato da Mazzini, “gli ricordò un po’bruscamente il suo giuramento prima della campagna d’Italia (del 1859)” (“Histoire Politique de la Franc-Maconnerie”, 1958, p.15).
Garibaldi fu affiliato a Marsiglia alla “Giovine Italia” da Mazzini e fu membro della sezione di Rio de Janeiro della stessa. Si iscrisse alla Massoneria a Montevideo nel 1844. Ebbe il 33° grado nella Loggia di Torino nel 1862, e nel 1881 la nomina di Gran Hierofante del Rito Egiziano del “Menphis-Misraim”. Il Grande Oriente di Palermo lo insignì del 33° grado in un rito celebrato da Francesco Crispi coadiuvato da altri cinque dignitari della setta. Appena giunto a Palermo durante la Spedizione dei Mille, finanziata dalla massoneria inglese con una somma pari a diversi milioni di dollari in moneta attuale, sottrasse al Banco di Sicilia cinque milioni di ducati e ordinò il saccheggio di tutte le chiese e di quanto di prezioso fosse a portata di mano. In una lettera a Cavour Vittorio Emanuele II scrisse: “Questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge”. Ne è prova quanto è successo a Capua “e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui, che si è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa”.
La massoneria siciliana stava preparando da anni, dietro istigazione della centrale londinese, l’invasione dell’isola e aveva arruolato il fior fiore della delinquenza locale, quei “picciotti” che daranno poi vita alla mafia. Non si dimentichi ancora che Garibaldi mandò Bixio a Bronte a sterminare i contadini che avevano occupato i feudi concessi a nobili inglesi da Ferdinando IV di Borbone. L’attività repressiva dei garibaldini, colpì altre località siciliane oltre Bronte.
Siccome le Guerre di Indipendenza avevano provocato un notevole indebitamento del Piemonte con le banche inglesi, la conquista del florido Regno delle Due Sicilie rappresentava, al di là dell’alta strategia politica delle logge, un affare di grande rilevanza economica.

Santi Giuffrè, commissario nazionale Antiracket. “Bisogna abbattere un tabù: non è vero che c’è omertà al Sud e non al Nord. Credo, invece, che questo rapporto vado quanto meno stabilizzato e messo alla pari, per un motivo: al Sud é la mafia che va dall’imprenditore, al Nord, invece, é lo stesso imprenditore che cerca il mafioso per ottenere dei servizi e quindi si crea un rapporto che é più difficile da rompere”
fonte:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/15/mafia-commissario-antiracket-piu-omerta-nel-nord-italia-che-al-sud/2641597/

"La camorra?Ma senza i camorristi, quando la tenevamo sotto controllo la città di Napoli, che da sola contava quasi 3 Torino?La terra ai contadini poi?Sì così facciamo passare tutti i latifondisti nel partito del Borbone!Qui nessuno ha capito niente. Qua bisogna "Farla la storia" non descrivere la realtà. Questi deputati meridionali stanno alzando la testa. Non bastavano i briganti ad impegnarci in una guerra, ora pure i nobili. Qui si rischia grosso. Dobbiamo far dimenticare ai meridionali, di essere se stessi! Noi li abbiamo salvati, loro non avevano nulla, sono sempre stati poveri ed arretrati. E' chiaro?" (Camillo Benso conte di Cavour)

TRATTATIVA STATO/MAFIA/CAMORRA ... ESISTE DA 154 ANNI, E' UN REGALO DI CAVOUR .. E DEI SAVOIA!
Prima dell'Unità d'Italia la Mafia non esisteva!
Lo diceva Rocco Chinnici, magistrato barbaramente trucidato dalla mafia a Palermo
nel 1983!
Ed anche la storia, quella negata, quella che “non” si insegna a scuola!
In Sicilia, prima di quell'epoca esistevano, come altrove, solo criminali comuni, che si costituivano poi in “gruppi armati” che venivano assoldati  da  ricchi  possidenti per la difesa dei possedimenti dai contadini e poveri affamati.
Questi “gruppi”, costituiti da “picciotti”, in seguito si organizzavano in "cosche" alla cui reggenza vi era un “capo cosca”, meglio noto con il nome di “zio”!
Le “cosche”, oppure "organizzazioni  degli  zii",  che  in  origine  operavano  per  lo  più  in  aree  rurali,  con  il  passare  del  tempo  divennero attive anche nelle aree metropolitane come Palermo, Trapani, Messina e Catania.
Gli “zii” capirono subito la bontà del “business” e, anzi che aspettare di “essere assoldati” , erano loro stessi che “offrivano la loro protezione” ai ricchi possidenti in cambio di un “prezzo”, o meglio, del “pizzo”!
E  se  dapprima  la  “protezione”  rientrava  in  una  logica  di  reciproco  interesse  tra chi  la  “offriva”  e chi  la  “accettava”  .. col  tempo assumeva poi, da parte degli "zii", il marchio dell' “imposizione”.
Gli “zii” in ragione del ruolo che ricoprivano inseno all'organizzazione, erano persone colte, e anche di genio seppur criminale, per cui cominciarono ad allargare il raggio d'azione per favorire i loro interessi mostrandosi anche molto influenti nel tessuto politico, economico e sociale in cui interagivano.
Vessati dalla polizia, e vedendola come il nemico da combattere, cominciavano ad avvicinarsi alle idee “liberali” che animavano gli “unitaristi piemontesi”, trovando consenso anche tra i ricchi possidenti che temevano la distribuzione delle loro terre ai contadini così come
intendevano i Borbone!!!
Sicché,  nel  mese  di  gennaio  del  1860,  interpretando  per  primi  lo  “spirito  espansionistico”  dei  piemontesi e  dunque  di  Cavour, decidevano  di  anticiparne  le  mosse  e  di  proporsi  come  loro  alleati  per  la  conquista  del  Regno  delle  Due  Sicilie!  Verso la  fine  di  quel mese difatti, una delegazione degli “zii” .. che assumeva il nome di “Delegazione dei Liberali Siciliani” si recava a Torino e, nella prima
settimana del febbraio successivo veniva ricevuta da Cavour! Di quella delegazione facevano parte i “capi cosca” delle principali cosche tra le quali quella di Trapani, Castelvetrano, Agrigento e Marsala! Non vi sono certezze, ma alcuni sostengono che a quella riunione vi prendeva parte anche Francesco Crispi all'epoca esiliato a Torino.
Agli “zii” non interessava chi avrebbe governato la Sicilia!
A loro interessava solo la tutela e lo sviluppo dei loro interessi!
Cavour non era uno sprovveduto, sapeva quello a cui andava incontro e che avrebbe dovuto pagare un prezzo accettandone le conseguenze e cioè ... la presenza incondizionata di “rappresentanti degli zii” nella struttura politica e organizzativa del “nuovo Stato” che si
sarebbe  costituito!
Dunque in quella riunione gli ”Zii”, dopo aver discusso sui tempi e sulle modalità di sbarco di Garibaldi nel contesto di una vera e propria “trattativa” di reciproca “collaborazione e convenienza”, di fatto consegnavano la Sicilia a Cavour!
E' questo quindi il momento in cui comincia la trattativa tra lo Stato e quella parte della criminalità siciliana che poi .. assumerà il nome di Mafia!
Gli “zii”, con i loro “picciotti”, mantenendo fede agli impegni assunti, spianavano la strada a Garibaldi che.. senza colpo ferire .. al di la di qualche  scaramuccia  in  barba  alle  “favole”  che  si  raccontano  sui testi  ufficiali  di  storia  risorgimentale,  nell?arco  di  pochi  giorni conquistava la Sicilia!
Il “come” è un?altra storia!
Lo diceva anche Joe Bonanno , mafioso italo-americano, a pag 35 del suo libro autobiografico “Uomo d'Onore” : “Mi raccontava mio nonno  che  quando Garibaldi venne in Sicilia, gli uomini della nostra tradizione si schierarono con le camicie rosse perché funzionali ai nostri obiettivi e ai nostri interessi”.
Da lì a poco gli “invasori piemontesi” trattavano anche con la “camorra” costituita sino ad allora solo da piccoli criminali impegnati  in “affari di quartiere”!
Ci  pensava  Liborio  Romano,  salentino  di  Patù,  che,  già  Ministro  di  polizia  sotto  il  Regno  dei  Borbone,  dopo l'abbandono di Napoli di Francesco II prendeva in mano le redini della città!
Liborio Romano, liberale e uomo di Cavour a Napoli, per garantire l'ordine pubblico ormai allo sbando, e per sostituire la vecchia polizia borbonica ancora fedele al re, convocava
nei suoi uffici i più noti “camorristi” cittadini, e tra essi il più famoso “Tore „e Crescienzo”, ai quali chiedeva di redimersi per far  parte  della “guardia cittadina” in cambio di amnistia incondizionata e stipendio governativo per tutti!
La proposta  veniva accettata, e la “camorra” di fatto, veniva “istituzionalizzata”!!!
E'  in  questo  momento  che  comincia  la  trattativa  Stato  Camorra!
E saranno proprio Liborio Romano e “Tore „e Crescienzo”, nel frattempo nominato “Questore di Napoli”, che con la loro “guardia cittadina” il 7 settembre 1860 andranno incontro  a  Garibaldi  che  vi giungeva in pompa magna per spalancargli le porte della città!
E la “ndrangheta”?
Non si hanno notizie storiche di “vere e proprie trattative istituzionali” come per la Mafia e la Camorra! Di origini più antiche  operava  esclusivamente  nelle campagne  calabresi  dove  era  radicata,  impenetrabile!  Tuttavia  raccogliendo  consensi
sull'equazione  banditismo  =  brigantaggio,  (cose diverse  in  realtà)  riusciva  a  raccogliere  consensi  e  proseliti  sino  a  diventare  la  più potente delle “organizzazioni mafiose” solcando, e laddove necessario anche “tracciandone di nuove ”, le vie già spalancate da una ormai più che consolidata connivenza tra politica e
criminalità! In specie al Nord!
Fonti:
“Nemmeno i morti parlano - Storia della Mafia” Edizioni Ferni, Ginevra 1974

Questa organizzazione degli "zii" fu resa possibile grazie proprio alla Massoneria, che aveva il suo centro principalmente in Francia, dove salirono al potere da non molto i Giacobini, infatti Giuseppe Mazzini, era un Massone di rilievo internazionale ed era un Francese figlio di  un Giacobino.

“L´ingresso nella grande capitale ha più del portentoso, che della realtà. Accompagnato da pochi aiutanti, io passai frammezzo alle truppe borboniche ancora padrone, le quali mi presentavano l´armi con più ossequio certamente, che non lo facevano in quei tempi ai loro generali. Il 7 settembre I860!”. La “grande capitale” è Napoli, “io” è Giuseppe Garibaldi e “il 7 settembre 1860” è la data in cui il generale fece il suo ingresso nella città partenopea mentre il re Francesco II di Borbone si recava a Gaeta per organizzare l’ultima resistenza. L’eroe dei due mondi arrivò a Napoli a bordo di un treno accompagnato da tutte le personalità che erano andate a Salerno per accoglierlo. In testa al corteo Liborio Romano, Ministro di Polizia e Salvatore De Crescenzo, capo della camorra dell’epoca, detto “Tore ‘e Criscienzo”, i cui uomini mantennero l’ordine pubblico. Dopo aver percorso  via Marina, essere passato dinanzi il Maschio Angioino ed essersi fermato al Duomo per ascoltare il “Te Deum “e a Largo di Palazzo, l’attuale piazza del Plebiscito, per fare un breve discorso, Garibaldi si diresse fino a Palazzo Doria D’Angri, dal cui balcone proclamò l’annessione delle province meridionali al Regno sabaudo.
http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/108784-7-settembre-1860-garibaldi-entra-a-napoli-scortato-dalla-camorra/

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